Crediti e licenza

Inventare tramonti

Prima edizione, 2026

Quest’opera è distribuita con licenza Creative Commons Attribuzione – NonCommerciale – NonOpereDerivate 4.0 Internazionale (CC BY-NC-ND 4.0).

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Licenza: creativecommons.org/licenses/by-nc-nd/4.0/

La licenza riguarda i testi originali del volume. L’appendice riproduce la Dichiarazione universale dei diritti umani, con indicazione della fonte.

Nota dell’autore

Per l’elaborazione di questo testo, l’autore ha utilizzato intensamente ChatGPT, sviluppato da OpenAI, come strumento di confronto, organizzazione, revisione e scrittura.

L’intelligenza artificiale ha contribuito a organizzare i concetti, individuare ripetizioni e contraddizioni e trovare formulazioni più semplici e accessibili. Le idee, le posizioni e le scelte finali sono rimaste di esclusiva responsabilità dell’autore.

Questa esperienza rappresenta anche una piccola applicazione di una delle possibilità descritte nel testo: utilizzare la tecnologia per ridurre il tempo necessario a svolgere alcune attività e liberare tempo umano.

1. Una società diventata pericolosa

Gli esseri umani hanno impiegato una parte enorme della propria storia per imparare a sopravvivere. Abbiamo costruito ripari, villaggi e città, inventato l’agricoltura, la scrittura, il denaro, le religioni, gli Stati, la proprietà, i mercati, gli eserciti, le scuole e gli ospedali. Nessuna di queste istituzioni è sempre esistita e nessuna è comparsa nella forma che conosciamo oggi. Sono risposte elaborate in epoche differenti per organizzare la convivenza, distribuire risorse, affrontare pericoli e dare un ordine a società sempre più complesse.

Il risultato è straordinario e contraddittorio. Disponiamo di conoscenze scientifiche e capacità tecniche che sarebbero sembrate inconcepibili a quasi tutte le generazioni che ci hanno preceduto. Possiamo curare malattie un tempo mortali, attraversare il pianeta in poche ore, comunicare istantaneamente, produrre quantità enormi di beni e affidare alle macchine una parte crescente del lavoro necessario. Nello stesso tempo continuiamo a morire in guerra, a lasciare persone senza cure, casa o istruzione adeguata, a concentrare ricchezza e potere in misura enorme, a perseguitare esseri umani per ciò che credono, per chi amano o per il luogo dal quale provengono. Soprattutto, stiamo alterando gli equilibri ambientali dai quali dipende la nostra stessa possibilità di vivere.

La novità non è che gli esseri umani siano capaci di violenza, avidità o stupidità. Lo sappiamo da molto tempo. La novità è la potenza che abbiamo messo a disposizione di queste caratteristiche. Una guerra che un tempo devastava una regione può oggi coinvolgere il pianeta. Una decisione economica presa in un luogo può modificare la vita di milioni di persone altrove. Un modello produttivo può alterare il clima. Una tecnologia può concentrare in pochissime mani capacità di controllo, informazione e decisione che nessun sovrano del passato avrebbe potuto immaginare.

Siamo quindi in una condizione singolare: conosciamo una parte crescente delle conseguenze delle nostre azioni e, nonostante questo, continuiamo spesso a produrle. Non siamo una specie che rischia di distruggere le proprie condizioni di esistenza soltanto perché ignora ciò che sta facendo. Disponiamo di dati, scienza, capacità produttiva e strumenti di previsione. Il problema è che molte delle strutture attraverso le quali prendiamo decisioni premiano il vantaggio immediato di una parte anche quando il risultato complessivo è dannoso per tutti.

Un’impresa può essere spinta a massimizzare il profitto anche quando questo comporta costi ambientali scaricati sulla collettività. Uno Stato può considerare razionale assicurarsi risorse o influenza a scapito di un altro. Una religione può difendere il proprio potere opponendosi a trasformazioni che aumenterebbero la libertà di chi non ne condivide i precetti. Una famiglia può cercare legittimamente di trasmettere ai propri figli il massimo patrimonio possibile e contribuire, senza volerlo, a riprodurre enormi disuguaglianze di partenza. Un governo può privilegiare ciò che produce consenso nei prossimi anni rispetto a ciò che sarebbe necessario nei prossimi cinquanta. Comportamenti coerenti con la logica di ogni singola istituzione possono produrre insieme un esito irrazionale.

Per questo non basta chiedere agli individui di diventare migliori. La responsabilità personale esiste, ma una società che incentiva sistematicamente certi comportamenti non può affidare la propria sopravvivenza alla speranza che milioni di persone decidano ogni giorno di comportarsi contro gli incentivi che essa stessa ha costruito. Possiamo consumare meno, essere generosi, accogliere uno straniero, rinunciare a un vantaggio, scegliere prodotti meno dannosi. Sono scelte importanti, ma non modificano da sole le strutture che continueranno a produrre le stesse pressioni sulla generazione successiva.

La questione è dunque più radicale. La società deve essere diversa non soltanto perché quella attuale è ingiusta. Deve essere diversa perché alcuni dei suoi meccanismi fondamentali, potenziati dalla tecnologia, sono diventati pericolosi. Guerre catastrofiche, collassi ambientali, regressioni autoritarie, impoverimento di intere popolazioni e progressiva distruzione delle condizioni necessarie a una vita dignitosa mostrano già che l’assetto attuale non è un punto di arrivo: è un sistema che possiede ormai la capacità di compromettere le condizioni della propria stessa esistenza.

La distruzione climatica rende questa contraddizione quasi impossibile da nascondere. Non siamo davanti a un pericolo di cui ignoriamo le cause: sappiamo che un sistema fondato sull’aumento continuo della produzione, del consumo e dell’estrazione di risorse modifica gli equilibri fisici del pianeta. Continuiamo tuttavia a trattare la crescita economica come un obiettivo autonomo e l’ambiente come uno dei vincoli da negoziare. È un rovesciamento assurdo. L’economia è una costruzione umana contenuta nel pianeta; il pianeta non è una risorsa contenuta nell’economia. La Terra non costituisce materia prima a disposizione dell’umanità. Le altre forme di vita possiedono un valore che non dipende esclusivamente dalla loro utilità per noi.

Quando la difesa di un investimento, di un settore produttivo, di un livello di consumo o di un vantaggio nazionale pesa più della conservazione delle condizioni che rendono possibile la vita collettiva, il problema non è una generica mancanza di sensibilità ecologica. È il criterio con cui decidiamo. Una società capace di conoscere in anticipo una parte rilevante del danno che produce e incapace di fermarsi perché fermarsi riduce un profitto o un consenso immediato sta organizzando razionalmente la propria irrazionalità.

La domanda non è quindi come perfezionare indefinitamente la società che abbiamo ereditato. È quali parti di quella società siano ancora compatibili con la potenza che abbiamo raggiunto e quali, invece, debbano essere superate.

2. Di quale libertà stiamo parlando?

Prima di giudicare le istituzioni bisogna stabilire rispetto a che cosa le giudichiamo. Parlare genericamente di libertà serve a poco, perché quasi ogni sistema politico sostiene di difenderne una forma. Conviene partire da qualcosa di più semplice: nessuno sceglie le condizioni nelle quali nasce.

Non scegliamo il paese, la famiglia, la disponibilità economica, la lingua, il corpo, il patrimonio genetico, il quartiere, le relazioni iniziali, la cultura prevalente né la parte di mondo nella quale ci viene assegnato un passaporto. Per diversi anni non scegliamo quasi nulla. Dipendiamo da altre persone per mangiare, muoverci, proteggerci, imparare e perfino per comprendere ciò che ci circonda.

Solo progressivamente acquisiamo la capacità di prendere decisioni. Ma quando iniziamo a farlo non partiamo da zero: scegliamo all’interno di un mondo che ha già costruito intorno a noi un determinato campo di possibilità. È così per tutta la vita. Le condizioni nelle quali ci troviamo determinano, almeno in parte, le possibilità che abbiamo davanti; tra quelle possibilità compiamo delle scelte e quelle scelte, insieme agli eventi che non controlliamo, producono nuove condizioni. Da queste nasceranno altre possibilità, altre decisioni e altre conseguenze.

La libertà umana si trova proprio in questo spazio. Non in un’improbabile indipendenza dalle condizioni nelle quali viviamo, ma nella possibilità di intervenire su di esse, modificarle e spezzarle. Due persone formalmente libere non sono quindi necessariamente libere allo stesso modo. Se una dispone di molte possibilità reali e l’altra di pochissime, affermare che entrambe possono scegliere non descrive la differenza essenziale tra le loro condizioni.

Una persona può essere legalmente libera di studiare e non avere accesso a una buona scuola. Può essere libera di curarsi e non disporre del denaro necessario. Può essere libera di lasciare una relazione violenta e non avere una casa né un reddito. Può essere libera di rifiutare un lavoro e sapere che quella decisione mette a rischio il cibo, l’abitazione o la possibilità di curare i propri figli. Può essere libera di spostarsi e trovarsi davanti una frontiera che un’altra persona attraversa senza neppure accorgersene grazie a un passaporto differente.

Molte possibilità non sono distribuite dalla natura. Vengono create, ampliate o distrutte dalla società. Casa, salute, scuola, sicurezza materiale, accesso alla cultura, libertà di movimento e disponibilità di tempo non sono soltanto politiche sociali destinate a chi è meno fortunato. Sono infrastrutture della libertà.

Questa impostazione non richiede che tutti possiedano le stesse cose, svolgano lo stesso lavoro o conducano la stessa vita. Le persone continueranno a essere differenti per capacità, desideri, carattere, scelte e fortuna. Richiede però che la società non trasformi circostanze ricevute senza scelta in destini quasi obbligati. Una differenza è compatibile con la libertà finché non diventa un potere attraverso il quale qualcuno può restringere radicalmente il campo di possibilità di qualcun altro.

Possiamo allora adottare un criterio semplice: un’organizzazione sociale è tanto più accettabile quanto più amplia le possibilità reali degli esseri umani senza restringere quelle degli altri esseri umani, compromettere le condizioni di esistenza delle altre forme di vita o consumare le possibilità di chi verrà dopo di noi. È un criterio esigente, perché obbliga a guardare non soltanto alle libertà scritte nelle leggi, ma alle condizioni materiali che permettono di esercitarle.

3. Il minimo

Nel 1948, dopo una guerra che aveva mostrato fino a quali abissi potessero arrivare società moderne, istruite e tecnologicamente avanzate, una parte consistente della comunità internazionale provò a scrivere un limite. La Dichiarazione universale dei diritti umani non descriveva il paradiso e non prometteva felicità. Affermava qualcosa di molto più modesto e, proprio per questo, enorme: esistono condizioni che dovrebbero appartenere a ogni essere umano semplicemente perché è umano.

La Dichiarazione resta uno dei documenti politici più importanti prodotti nel Novecento. Ma trasformarla in un oggetto celebrativo rischia di nasconderne il fallimento storico. I paesi che l’hanno sottoscritta non ne hanno realizzato integralmente i principi e nessun modello politico contemporaneo può sostenere seriamente di averne garantito l’intero contenuto, in modo concreto e universale, a tutte le persone sottoposte al proprio potere.

La Dichiarazione proclamò diritti universali senza mettere realmente in discussione tutte le strutture politiche, economiche, religiose e sociali che ne rendevano difficile o impossibile l’universalizzazione. Un testo destinato a raccogliere il consenso di Stati profondamente diversi non mise sotto accusa le istituzioni sulle quali quegli stessi Stati si reggevano. Quel limite storico non può però diventare il limite permanente della nostra immaginazione. La Dichiarazione può essere letta come una prima bozza del minimo: ebbe il coraggio di affermare che l’essere umano viene prima dell’appartenenza, ma non portò fino in fondo le conseguenze politiche, economiche e sociali di quella affermazione.

Anche l’idea che il mondo debba semplicemente convergere verso la democrazia liberale europea è insufficiente. Il pianeta è attraversato da monarchie, regimi autoritari, teocrazie, oligarchie, democrazie incomplete, sistemi ibridi, Stati fragili e differenti esperienze socialiste o post-socialiste. Le stesse democrazie europee convivono con concentrazioni di potere economico, disuguaglianze, discriminazioni e diritti esercitabili in misura molto diversa a seconda della condizione sociale. Nessun sistema esistente può essere assunto come misura universale.

La persona resta la misura dei diritti umani, ma non può essere la misura del valore del vivente. Se prendiamo sul serio questa distinzione, il minimo umano non può limitarsi alla sopravvivenza biologica. Una casa dignitosa, alimentazione e acqua sicure, assistenza sanitaria ed educazione di buon livello, energia e infrastrutture essenziali, sicurezza materiale, informazione, cultura, libertà personale e relazionale, possibilità di movimento, partecipazione alle decisioni collettive e una parte significativa del proprio tempo devono diventare condizioni normali dell’esistenza.

Gratuito non significa privo di costo. Significa che l’accesso non dipende dalla capacità individuale di pagare nel momento in cui il bisogno si presenta. Una società paga comunque scuole, ospedali, case, reti energetiche e infrastrutture: la questione è come distribuisce il costo e soprattutto se consente al denaro di decidere chi può usufruire di ciò che considera un diritto.

Anche la qualità è parte del problema. Una sanità povera per chi non può pagare e una sanità eccellente per chi può farlo non producono lo stesso diritto. Una scuola pubblica mediocre affiancata da percorsi eccellenti riservati a chi possiede denaro trasforma il reddito dei genitori nel futuro dei figli. Un alloggio appena sufficiente a non dormire per strada non realizza il diritto a una casa dignitosa.

Il minimo, dunque, riguarda i diritti e non la mediocrità delle prestazioni. È il livello sotto il quale una società che dispone delle risorse necessarie non dovrebbe permettere a nessuno di cadere. Solo dopo averlo garantito ha senso discutere delle differenze che derivano dalle preferenze e dalle scelte individuali.

Se questo è il minimo, però, non possiamo limitarci a proclamarlo. Dobbiamo chiederci quali istituzioni ne impediscano la realizzazione. Ed è qui che la questione diventa scomoda.

Siamo molto meno capaci di applicare lo stesso dubbio alle istituzioni nelle quali viviamo. Discutiamo volentieri di come migliorarle, molto meno della possibilità che alcune debbano semplicemente essere superate. Eppure nessuna istituzione possiede un diritto alla sopravvivenza. Religione, profitto, proprietà, famiglia, nazione, frontiera, lavoro salariato e forme attuali della democrazia sono costruzioni umane. La domanda non è quale parte dobbiamo salvare per abitudine, ma se ciascuna di queste strutture continui ad ampliare le possibilità umane oppure sia diventata un ostacolo. Se l’ostacolo è strutturale, conservarne una versione più gentile non risolve il problema.

Le società umane hanno già abbandonato istituzioni considerate per secoli naturali, indispensabili o volute da Dio. Schiavitù, potere monarchico ereditario, subordinazione giuridica delle donne e lavoro infantile sono stati considerati, in epoche diverse, compatibili con il normale ordine sociale. Guardando indietro ci sorprende che persone intelligenti potessero considerare inevitabili strutture che oggi giudichiamo inaccettabili.

Il limite più difficile da superare potrebbe essere proprio questo: abbiamo imparato a pensare così profondamente dentro le istituzioni esistenti che la loro scomparsa ci appare spesso più irrealistica delle conseguenze della loro permanenza. In altre epoche una società senza re o senza schiavi poteva sembrare inconcepibile. La difficoltà di immaginare un mondo senza alcune delle strutture attuali non dimostra che siano necessarie; mostra soltanto quanto siano diventate parte del nostro modo di pensare.

4. Religione e potere

Il problema politico della religione non consiste nel dimostrare se Dio esista. Un essere umano deve poter credere in una divinità, in molte divinità, nella reincarnazione, in una dimensione spirituale o in nessuna di queste cose. La libertà di pensiero perderebbe significato se proteggesse soltanto le convinzioni considerate razionali dalla maggioranza.

Il problema nasce quando una convinzione non verificabile produce un’autorità organizzata capace di esercitare potere su altri esseri umani. Nel corso della storia le religioni hanno costruito comunità, opere d’arte, forme di solidarietà e sistemi di significato; hanno anche legittimato guerre, persecuzioni, gerarchie, discriminazioni, controllo della sessualità, subordinazione delle donne e superstizioni. Non serve compilare una contabilità dei meriti e delle colpe per arrivare al punto decisivo: nessuna affermazione sulla volontà di una divinità dovrebbe possedere un’autorità politica superiore a quella di un’opinione umana discutibile e contestabile.

Una società che vuole ampliare la libertà non può accettare che qualcuno limiti la vita di altri sostenendo che quella limitazione proviene da Dio. Se una norma è giusta deve poter essere difesa con argomenti comprensibili anche a chi non condivide la fede dalla quale è nata. Altrimenti non stiamo esercitando libertà religiosa: stiamo trasformando una fede particolare in potere sugli altri.

Il problema non si risolve chiedendo alle religioni di diventare più tolleranti. La tolleranza lascia intatta la struttura che concede a organizzazioni umane il privilegio di parlare in nome di una verità trascendente. Possiamo invece domandarci se le funzioni positive attribuite alle religioni richiedano davvero la sopravvivenza di quelle organizzazioni. La solidarietà non ha bisogno di una Chiesa. La ricerca morale non richiede un clero. La comunità può nascere in mille modi. La spiritualità individuale può esistere senza gerarchie autorizzate a trasformarla in norma collettiva.

Il superamento delle religioni organizzate richiede di separare definitivamente la fede individuale dal potere sugli altri. Il problema comincia quando qualcuno sostiene che Dio abbia risposto e che quella risposta debba stabilire la vita, i diritti o i doveri di altre persone. Una convinzione sottratta alla verifica non può diventare legge, gerarchia e controllo. Se vogliamo una società fondata sulla libertà, questo potere deve finire.

5. Profitto, proprietà e lavoro

Un rovesciamento analogo è necessario nell’economia. Produciamo cibo perché gli esseri umani devono mangiare o perché venderlo può generare profitto? Costruiamo case perché le persone devono abitare o perché l’immobile può produrre una rendita? Sviluppiamo farmaci per curare malattie o perché esiste un mercato abbastanza redditizio da giustificare l’investimento? Nella società attuale le due motivazioni possono coincidere, ma quando divergono scopriamo quale principio possiede davvero la priorità.

Se casa, salute ed educazione sono condizioni della libertà, non possono dipendere dalla convenienza economica di chi le produce. Da questa constatazione si può arrivare molto più lontano della regolazione del capitalismo. Possiamo mettere in discussione il business stesso come principio organizzatore dell’attività umana: l’idea che produrre, inventare, costruire o offrire un servizio debba avere come fine normale l’accumulazione privata di ricchezza.

Abolire il business come attività orientata all’accumulazione privata non significa rinunciare all’iniziativa umana. Continueremo ad aprire ristoranti, inventare strumenti, coltivare, costruire, insegnare, progettare, fare ricerca e creare oggetti. Ciò che deve finire è il principio secondo cui il successo di queste attività si misura nella capacità di chi le controlla di appropriarsi di una quota crescente del valore prodotto insieme agli altri.

La proprietà deve essere sottoposta allo stesso esame. Possedere la casa nella quale si vive, gli oggetti che si usano o gli strumenti del proprio lavoro non produce lo stesso potere che deriva dal possedere migliaia di abitazioni, vaste risorse naturali, reti di comunicazione o imprese dalle quali dipende la vita economica di milioni di persone. Usiamo la stessa parola per fenomeni che hanno conseguenze sociali completamente differenti.

La proprietà non è una legge della fisica. È una convenzione umana definita, registrata e protetta da istituzioni collettive. Quando produce un potere incompatibile con la libertà degli altri deve essere limitata, trasformata o sottratta alla disponibilità privata. Il fatto che qualcuno abbia acquisito legalmente una risorsa non risponde alla domanda su quanta parte delle possibilità altrui sia legittimo controllare attraverso quella proprietà.

Anche il lavoro deve smettere di essere confuso con il diritto a esistere. L’attività umana può dare significato, identità, soddisfazione e relazioni. Ma il lavoro retribuito svolge oggi anche una funzione molto diversa: concede alla maggioranza delle persone il denaro necessario per continuare a vivere. Questo rende la libertà di rifiutare un lavoro largamente teorica quando il rifiuto comporta la perdita delle condizioni materiali dell’esistenza.

La tecnologia rende la contraddizione ancora più evidente. Per secoli abbiamo inventato macchine per ridurre il lavoro necessario. Se una tecnologia permette di produrre la stessa quantità di beni con metà delle ore umane, il risultato razionale dovrebbe essere anche una riduzione del tempo che dobbiamo dedicare alla produzione. Invece il progresso viene spesso percepito come minaccia perché può eliminare il reddito insieme al lavoro. Abbiamo costruito macchine per liberarci dalla fatica e poi un sistema nel quale essere liberati dalla fatica può significare essere privati dei mezzi per vivere.

Il rapporto con il clima porta il ragionamento economico fino alla sua conseguenza più concreta. Se la produzione è orientata dal profitto e deve crescere per mantenere in funzione il sistema, ridurre volontariamente attività redditizie ma distruttive diventa strutturalmente difficile. Possiamo migliorare l’efficienza, cambiare fonti energetiche e correggere molti processi, ma non possiamo fingere che una crescita materiale senza fine sia compatibile con un pianeta finito. Il successo economico deve smettere di essere misurato dalla quantità crescente di materia trasformata e consumata.

La questione climatica mostra anche l’assurdità della proprietà assoluta delle risorse. Un’impresa o uno Stato possono possedere giuridicamente un giacimento, una foresta o un territorio, ma non possiedono l’atmosfera nella quale scaricano le conseguenze del loro sfruttamento. Il diritto di proprietà termina dove comincia la distruzione delle possibilità altrui, comprese quelle di persone che non sono ancora nate.

Una società diversa dovrebbe separare progressivamente il diritto alle condizioni fondamentali dalla vendita obbligatoria del proprio tempo. Il dividendo della tecnologia non può essere soltanto una maggiore quantità di merci o un aumento del patrimonio di chi possiede le macchine. Deve diventare anche tempo liberato.

6. Famiglia e dipendenza

La famiglia appare naturale soprattutto perché è la prima istituzione che incontriamo. Ma amore, cura, convivenza, riproduzione, patrimonio, educazione e assistenza non sono la stessa cosa. Le abbiamo concentrate dentro un’unica struttura e poi abbiamo finito per considerare quella concentrazione inevitabile.

La famiglia può essere un luogo straordinario di affetto e protezione. Può essere anche il luogo nel quale si concentrano dipendenza economica, controllo, abuso e violenza. Proprio l’intimità che rende possibili forme profonde di cura può rendere più difficile sottrarsi a una relazione distruttiva quando casa, reddito, assistenza e appartenenza sociale dipendono dalle stesse persone.

Inoltre la famiglia distribuisce possibilità. Patrimonio, qualità dell’educazione, reti sociali, tempo disponibile, sicurezza davanti agli imprevisti e perfino la possibilità di rischiare dipendono ancora enormemente dal nucleo nel quale si nasce. Una società che proclama l’uguaglianza e contemporaneamente affida alla famiglia una parte così grande della distribuzione iniziale delle opportunità accetta che la lotteria della nascita continui a produrre effetti per tutta la vita.

Non dobbiamo decidere quali relazioni affettive sopravvivranno. Dobbiamo invece togliere alla famiglia il ruolo di istituzione necessaria per ottenere protezione, patrimonio, assistenza e possibilità. Se casa, educazione, cura, salute e sicurezza sono garantite indipendentemente dal nucleo familiare, una persona può restare in una relazione perché la desidera e può uscirne senza rischiare di perdere tutto. La violenza familiare mostra con particolare chiarezza quanto sia pericoloso affidare alla stessa struttura affetto, dipendenza economica, autorità, cura e protezione.

Le persone continueranno a costruire legami, convivenze, relazioni di cura e forme di affetto. Non abbiamo alcun motivo per stabilire in anticipo quali di queste debbano chiamarsi famiglia o assomigliare al modello che abbiamo ereditato. Prima viene la persona e la sua libertà di costruire e interrompere relazioni; le forme sociali vengono dopo.

7. Nazioni, identità e proprietà del mondo

La frontiera viene normalmente discussa quando qualcuno prova ad attraversarla. È troppo tardi. Prima della frontiera esiste una domanda più profonda: di chi è il territorio che quella linea pretende di delimitare?

Dire che il Cile appartiene ai cileni, il Kenya ai kenioti o la Francia ai francesi sembra ovvio finché non chiediamo che cosa significhi esattamente appartenere. Chi sono i proprietari? Le persone che vi abitano oggi? Chi possiede la cittadinanza? Chi è nato lì? Anche chi è emigrato da decenni? Una persona arrivata vent’anni fa? I suoi figli? E quale generazione avrebbe acquisito per prima il diritto di decidere chi può entrare in quella porzione del pianeta?

Le frontiere non sono caratteristiche naturali della Terra. Alcune seguono fiumi, montagne o mari, ma la loro funzione politica deriva da guerre, conquiste, trattati, colonizzazioni, migrazioni, dissoluzioni e decisioni umane. Se osservassimo la carta politica del mondo in epoche differenti vedremmo linee e nomi cambiare continuamente. Eppure da quelle linee facciamo dipendere una parte enorme delle possibilità di una persona.

La nazionalità è quindi una delle lotterie più potenti della nascita. Un passaporto può aprire quasi tutto il pianeta; un altro può trasformare lo stesso spostamento in un percorso di visti, controlli, respingimenti e pericoli. Se i diritti appartengono agli esseri umani e non ai territori, questa differenza è difficile da giustificare come principio permanente.

Accogliere tutti gli immigrati è una prima conseguenza, ma non è il punto di arrivo. La parola immigrato conserva infatti l’idea che esista un proprietario legittimo del territorio che decide se accogliere l’ospite. Una trasformazione più profonda dovrebbe rendere progressivamente meno importante la distinzione politica tra chi è nato dentro e chi è nato fuori.

Questo non richiede un mondo uniforme. Abbiamo confuso diversità e separazione. Lingue, cucine, musiche, memorie, tradizioni, arti e modi di vivere possono continuare a essere differenti senza che ogni differenza debba possedere una frontiera, un esercito e un diritto di esclusione. Una lingua non ha bisogno di una dogana. Una cultura non diventa più ricca perché impedisce a qualcuno di attraversare il territorio nel quale è nata.

Possiamo immaginare un mondo politicamente molto più unito e culturalmente molto più plurale. L’affetto per un luogo non produce proprietà. Posso amare la città nella quale sono cresciuto senza dedurne che essa appartenga più a me che a chi desidera viverci. Posso conservare una lingua e una memoria senza trasformarle nel criterio che decide chi possiede più diritti.

Il problema si estende alle risorse. L’atmosfera, gli oceani, l’acqua, la biodiversità e i grandi ecosistemi non rispettano i confini politici. Un giacimento si trova casualmente entro il territorio di uno Stato, ma le conseguenze del suo sfruttamento possono riguardare tutti. Continuiamo a governare problemi planetari attraverso sovranità prevalentemente nazionali e poi ci stupiamo della difficoltà di produrre decisioni collettive adeguate.

Superare le nazioni come principio di esclusione lascia intatti i luoghi, le culture e la possibilità di organizzare amministrazioni territoriali, ma toglie alla nascita dentro una linea storicamente contingente il valore di un titolo di proprietà sul mondo.

È in questo punto che il ritorno del fascismo e delle sue varianti contemporanee appare non soltanto pericoloso, ma sorprendentemente antiquato. Di fronte a problemi che hanno dimensione planetaria - crisi climatica, migrazioni, trasformazione tecnologica, concentrazione della ricchezza, interdipendenza economica - si torna a proporre una delle peggiori produzioni politiche della nostra storia: più nazionalismo, più frontiere, più autorità, più uniformità, più nemici. Non occorre rispiegare ogni volta come funziona il fascismo. Basta osservare la povertà della proposta: cercare il futuro in strumenti che hanno già prodotto persecuzione, guerra e distruzione è stupido prima ancora che reazionario. È una risposta vecchia a problemi che chiedono istituzioni che non abbiamo ancora inventato.

La nostalgia politica offre parole rassicuranti e già conosciute - patria, ordine, identità, disciplina - ma nessuna di esse raffredda il pianeta, distribuisce meglio le risorse, governa una tecnologia globale o rende più libere società inevitabilmente plurali. Riesumare il passato non diventa innovazione soltanto perché lo si presenta con una grafica nuova.

8. Democrazia e potere

Nemmeno la democrazia può essere sottratta alla verifica. Una persona, un voto è una conquista enorme rispetto ai sistemi nei quali il potere apparteneva formalmente a una minoranza. Ma trasformare questa conquista nel punto finale dell’evoluzione politica sarebbe curioso proprio mentre riconosciamo che quasi ogni altra istituzione può evolvere.

Il voto misura preferenze presenti di persone adulte che possiedono determinati requisiti giuridici. Non rappresenta direttamente chi nascerà tra trent’anni, eppure possiamo prendere oggi decisioni che ridurranno drasticamente le sue possibilità. Non rappresenta gli ecosistemi dai quali dipendiamo. Non neutralizza il potere di chi controlla grandi patrimoni, mezzi di comunicazione, infrastrutture o tecnologie. Non risolve la contraddizione tra problemi planetari e istituzioni la cui legittimità termina al confine nazionale.

La maggioranza, inoltre, non può essere il criterio ultimo di ciò che è giusto. Se i diritti dipendessero interamente dal voto, una maggioranza potrebbe decidere che una minoranza vale meno. Il voto decide chi governa e come assumiamo molte decisioni collettive; non può decidere chi è umano.

Rimettere in discussione la democrazia contemporanea significa prendere più sul serio l’idea democratica: rappresentare interessi lontani nel tempo, limitare i poteri non elettivi, costruire decisioni sovranazionali e impedire che la capacità di influenzare la politica dipenda dalla ricchezza. Una democrazia che non affronta questi problemi rimane incompleta; la democrazia deve essere una tappa aperta, non un modello concluso.

9. Un mondo senza nemici necessari

Una società più libera non sarà una società senza conflitti. Persone realmente libere desidereranno cose differenti, interpreteranno diversamente gli eventi, difenderanno interessi incompatibili e commetteranno errori. Eliminare il conflitto significherebbe probabilmente eliminare la libertà o affidare a qualcuno il potere di stabilire quale posizione debba prevalere prima ancora che il conflitto inizi.

Il problema non è eliminare il conflitto. È impedire che la differenza debba trasformarsi in distruzione dell’avversario. La storia politica ha investito enormi risorse nella tecnologia della violenza: eserciti, armi, intelligence, deterrenza, sistemi di controllo. Abbiamo dedicato molta meno attenzione sistematica alle tecniche attraverso le quali un conflitto può essere condotto senza annientare chi si oppone.

La nonviolenza non coincide con la passività. Sciopero, boicottaggio, disobbedienza civile, non cooperazione, occupazione, blocco e costruzione di istituzioni alternative possono esercitare un potere reale. Ogni potere dipende in qualche misura dalla collaborazione di altre persone; ritirare quella collaborazione può essere una forma di conflitto molto dura senza richiedere necessariamente la distruzione fisica dell’avversario.

Aggressore e aggredito non sono equivalenti, e in situazioni estreme la forza può interrompere una violenza immediata. Questo non trasforma però la guerra in uno strumento intelligente per organizzare stabilmente i rapporti umani. Le sue conseguenze continuano ben oltre la decisione iniziale e una specie dotata di capacità distruttive crescenti deve imparare a rendere la guerra un residuo del passato, non una tecnologia ordinaria della politica.

Nazioni, religioni e identità collettive hanno spesso fornito il linguaggio attraverso il quale trasformare persone concrete in categorie contrapposte. Noi e loro. Fedeli e infedeli. Cittadini e stranieri. Popolo autentico e traditori. La paura rende queste divisioni particolarmente potenti, soprattutto quando le condizioni materiali sono fragili e qualcuno offre un colpevole semplice per problemi complessi.

Per questo sicurezza e giustizia sociale non possono essere separate. Una persona che teme di perdere casa, reddito, cure o futuro è più vulnerabile a chi promette protezione in cambio di obbedienza e identità. Ridurre la paura non elimina razzismo, autoritarismo o fanatismo, ma toglie loro una parte del terreno sul quale crescono.

Eliminare frontiere politicamente escludenti, nazionalismi aggressivi e religioni capaci di trasformare la fede in potere non eliminerebbe il conflitto, ma toglierebbe forza ad alcuni dei dispositivi con cui fabbrichiamo nemici necessari. La differenza potrebbe tornare a essere una condizione normale dell’esistenza umana, non la prova che qualcuno debba essere respinto, convertito o sconfitto.

10. Dopo il minimo

Se casa, salute, educazione, sicurezza materiale e libertà di movimento non dipendono dal reddito; se il progresso tecnologico riduce il lavoro necessario invece di produrre disoccupazione e concentrazione di ricchezza; se famiglia, religione e luogo di nascita non determinano le possibilità fondamentali dell’esistenza, compare una domanda che le società hanno spesso riservato a una minoranza privilegiata: che cosa voglio fare del tempo che ho?

Non esiste una risposta collettiva. Una società giusta non deve stabilire il significato corretto dell’esistenza, ma creare le condizioni perché ciascuno possa cercarlo senza restringere la libertà degli altri. Casa, salute ed educazione sono il minimo, non il fine: servono a liberare la vita dalla necessità continua di garantirsi la sopravvivenza.

Il tempo diventa allora una misura del progresso. Abbiamo inventato tecnologie capaci di produrre sempre di più con meno lavoro, ma abbiamo utilizzato gran parte di questo guadagno per aumentare produzione e consumo invece di restituire tempo alle persone. Se possiamo produrre ciò che ci serve lavorando meno, lavorare meno dovrebbe essere un risultato del progresso, non un problema economico.

Lo stesso vale per il consumo. Un’economia che deve crescere continuamente trasforma desideri in bisogni e misura il benessere attraverso una quantità crescente di beni. Ma una società liberata dalla necessità del profitto potrebbe produrre meglio, più durevolmente e consumando meno risorse. Meno materia può significare più tempo, più relazioni, più cultura e soprattutto più possibilità.

È oltre questo minimo che può cominciare davvero lo sviluppo umano: quando una parte sempre più grande dell’umanità non deve impiegare la propria esistenza soltanto per garantirsi il diritto di continuare a esistere e può finalmente decidere che cosa fare del tempo che ha.

Il tramonto esisteva molto prima degli esseri umani, ma nessuno lo chiamava così. Il Sole non scende verso l’orizzonte e non scompare: è la Terra che ruota. Noi abbiamo trasformato quel fenomeno fisico, osservato dalla posizione in cui ci troviamo, in un evento. Gli abbiamo dato un nome, un inizio e una fine; poi lo abbiamo riempito di significati. Ne abbiamo fatto bellezza, malinconia, paura, promessa, morte, passaggio, misura del tempo. Non abbiamo inventato la luce né il movimento della Terra. Abbiamo inventato un modo umano di vedere quel passaggio: abbiamo inventato tramonti.

Questa capacità di trovare qualcosa che esiste indipendentemente da noi e trasformarlo attraverso il pensiero, il linguaggio e l’azione è una delle forme più straordinarie della libertà umana. Nasciamo dentro condizioni che non abbiamo scelto, ma non siamo condannati semplicemente a riprodurle. Possiamo attribuire significati nuovi all’esistente e, quando ciò che abbiamo ereditato è una costruzione umana, possiamo modificarlo materialmente.

Il denaro, le frontiere, il profitto, le nazioni, il lavoro salariato, la famiglia, le religioni e le forme attraverso le quali distribuiamo il potere erano già qui quando siamo nati. Per questo possono sembrarci parte del paesaggio. Non lo sono. Altri esseri umani li hanno inventati, trasformati e trasmessi. Nessuna generazione ci obbliga a conservarli quando restringono la libertà, producono sofferenza o mettono in pericolo le condizioni della vita collettiva.

Alcune delle istituzioni che abbiamo ereditato possono arrivare al proprio tramonto. La parola non deve suggerire nostalgia. Il tramonto non rende prezioso tutto ciò che finisce e non promette automaticamente qualcosa di migliore. Dice che una forma può cessare di organizzare il nostro orizzonte e che la sua fine può essere anche il risultato di una scelta. Se le strutture che abbiamo ereditato non riescono più a garantire nemmeno il minimo e accrescono la capacità collettiva di distruggere le possibilità di tutti, continuare a riprodurle non è prudenza. È rinuncia alla libertà.

Non basta quindi essere d’accordo con queste pagine. Non basta leggerle, condividerle o discuterne. Se qualcosa di ciò che abbiamo costruito non funziona più, occorre provare a costruire altro: organizzarsi, studiare, sperimentare, contestare, creare istituzioni diverse, sostenere quelle che già tentano di esserlo, usare le proprie competenze, il proprio denaro e soprattutto il proprio tempo per sottrarre spazio alla semplice riproduzione dell’esistente.

Non tutti devono fare la stessa cosa e nessuno dovrebbe possedere da solo il progetto della società futura. Possiamo però cominciare a stabilire ciò che non siamo più disposti ad accettare e ciò che vogliamo rendere possibile per tutti. La libertà di cui abbiamo parlato non è soltanto la possibilità di scegliere tra le alternative che troviamo davanti a noi. È anche la possibilità di crearne di nuove.

Non siamo obbligati ad aspettare che il mondo che abbiamo ereditato finisca da solo. Possiamo intervenire sulle condizioni che abbiamo trovato, trasformarle e costruirne di nuove. È questa la parte della libertà che nessuna società può esercitare al nostro posto. Possiamo ancora inventare tramonti.

Se leggendo Inventare tramonti il numero delle domande supera quello delle risposte, il testo ha probabilmente raggiunto il suo scopo. Mettere in discussione ciò che consideriamo normale, naturale o inevitabile apre uno spazio che prima non c’era.

Le prossime pagine nascono dentro quello spazio. Provano a raccogliere alcuni principi con cui orientarsi quando le forme esistenti smettono di essere considerate l’unico orizzonte possibile: criteri per osservare le trasformazioni, valutarne le conseguenze e scegliere una direzione.

DESTRUTTURA

Destruttura è un’ideologia che considera il presente una costruzione, non un limite. Mette in discussione ciò che consideriamo necessario, le concentrazioni di potere e le forme che pretendono di durare, per ampliare le possibilità disponibili al vivente.

Il presente e il possibile

Le forme sociali, economiche e politiche dentro cui vivi non sono naturali né definitive. Sono nate in determinate condizioni storiche e possono finire quando quelle condizioni cambiano. La loro durata non dà loro alcun diritto a continuare.

Anche molte cose che consideri necessarie dipendono dal modo in cui è organizzata la società. Lavorare per poter vivere, possedere per sentirti al sicuro, dipendere dalla famiglia, appartenere a uno Stato per avere diritti non sono condizioni inevitabili. Sono state costruite e possono essere cambiate. Il presente è il luogo da cui parti, non il limite di ciò che puoi immaginare.

Destrutturare il presente significa togliere a ciò che esiste l’apparenza dell’inevitabile.

Il possibile riguarda tutto il vivente. L’essere umano è una delle sue forme, non il suo centro né il suo fine. Il valore delle altre forme di vita non dipende dalla loro utilità per noi e il mondo non è una riserva a nostra disposizione.

Una trasformazione apre possibilità quando permette al vivente di continuare, differenziarsi e rigenerarsi. Le restringe quando l’essere umano decide sistematicamente delle condizioni di esistenza delle altre forme di vita, soprattutto quando le conseguenze delle sue scelte diventano irreversibili.

La direzione e il metodo

Non hai bisogno di conoscere in anticipo la forma completa della società futura. Hai bisogno di scegliere una direzione e di chiederti se ciò che fai apre nuove possibilità o continua a riprodurre ciò che vorresti superare.

La contraddizione è un segnale che ti aiuta a orientarti. Quando ciò che senti, ciò che dici e ciò che fai non coincidono, quella distanza ti indica un punto sul quale intervenire.

La domanda non può limitarsi al minimo da garantire. Deve riguardare anche il massimo possibile nelle condizioni materiali, scientifiche e tecnologiche raggiunte: quanta necessità può essere eliminata, quanto tempo può essere liberato, quanto potere può essere distribuito, quante possibilità oggi negate possono diventare reali.

La direzione che scegli riguarda anche il modo in cui agisci. Se l’obiettivo è ampliare le possibilità e ridurre il dominio, la forza non può diventare un principio di legittimazione. La forza non attribuisce alcun diritto a decidere per gli altri.

La nonviolenza è l’unico modo di agire coerente con questa direzione. Conflitto, disobbedienza, resistenza, rifiuto, interruzione e costruzione di alternative possono modificare radicalmente i rapporti esistenti senza riprodurre il dominio che intendono superare.

Ridurre la necessità

Una società evolve quando riduce ciò che sei costretto a fare per poter vivere.

La tua esistenza non deve dipendere dalla prestazione lavorativa. Casa, salute, educazione, alimentazione, energia, mobilità, comunicazione e conoscenza devono essere accessibili indipendentemente dal reddito.

I beni e i servizi necessari alla vita vanno progressivamente sottratti alla logica del mercato e prodotti e distribuiti sulla base dei bisogni, delle risorse disponibili e della capacità dei sistemi viventi di rigenerarsi.

Produrre non può significare continuare a moltiplicare le merci. Ciò che è necessario va prodotto nella quantità necessaria, progettato per durare e distribuito senza subordinare bisogni e risorse alla competizione economica.

La concorrenza non deve essere il principio generale della produzione. Può continuare a esistere per beni e attività non necessari, purché resti separata dalla sfera del necessario e non possa trasformarsi in concentrazione di potere o crescere a spese del vivente.

La tecnologia deve servire anche a ridurre il lavoro necessario e a restituire tempo alle persone. Se una stessa attività può essere svolta in meno ore, quelle ore non devono semplicemente trasformarsi in maggiore produzione: possono diventare tempo liberato.

Il profitto non può continuare a decidere che cosa produrre, che cosa ricercare, che cosa distribuire e quali bisogni considerare importanti. Un bisogno non diventa più importante perché è redditizio, così come un’attività necessaria non perde valore perché non produce profitto.

Anche l’accumulazione della proprietà deve avere un limite quando concentra risorse fino a restringere le possibilità degli altri o a trasformarsi in potere. Non basta stabilire quanto ogni persona debba poter avere. Occorre stabilire anche quanto possa accumulare.

Lo stesso vale per l’eredità. Il potere economico non può continuare a riprodursi attraverso la nascita e a passare di generazione in generazione come una condizione già assegnata.

Libertà e potere

La tua libertà non dipende soltanto da quante scelte hai, ma da quante puoi davvero compiere.

Una scelta che comporta la perdita della casa, delle cure, del reddito o dei diritti fondamentali non appartiene allo stesso spazio di libertà di una scelta che puoi compiere senza mettere in pericolo la tua esistenza.

Per questo ridurre la necessità significa aumentare direttamente la libertà.

Il potere deve essere distribuito e non deve poter passare indisturbato da un ambito all’altro. La ricchezza non deve trasformarsi in potere politico; il potere politico in privilegio economico; il controllo dell’informazione nella capacità di determinare insieme economia e politica; la proprietà in potere sulla vita di chi dipende da ciò che viene posseduto.

Possedere qualcosa non significa poter disporre senza limiti di territori, risorse, ecosistemi o esseri viventi. Nessun titolo di proprietà può dare a qualcuno il potere unilaterale di compromettere condizioni di esistenza condivise o di produrre conseguenze irreversibili sul vivente.

Distribuire il potere ne riduce la concentrazione. Impedire che una forma di potere si trasformi automaticamente in un’altra impedisce che un vantaggio particolare diventi dominio generale.

Le determinazioni ricevute

Nasci dentro condizioni che non hai scelto: una famiglia, una situazione economica, un luogo, una lingua, una cittadinanza, una cultura, spesso una religione.

Nessuna di queste condizioni deve decidere quanta libertà e quante possibilità avrai durante la tua vita.

La famiglia, quando diventa l’istituzione necessaria e privilegiata attraverso cui passano sicurezza materiale, cura, educazione, eredità e riconoscimento, deve poter essere superata.

Affetti, convivenze, responsabilità e cura possono organizzarsi liberamente tra le persone, senza una forma prestabilita alla quale attribuire maggiori diritti o maggiore legittimità. Non devi dipendere dall’appartenenza a una famiglia per sopravvivere, essere riconosciuto o avere accesso a risorse e possibilità.

La religione mostra con particolare chiarezza come qualcosa che ricevi alla nascita possa trasformarsi in potere. Una fede può esserti trasmessa dalla famiglia, rafforzata dall’educazione e organizzata in strutture che finiscono per esercitare autorità sulla vita collettiva.

Fede, spiritualità, dubbio e ricerca appartengono alla dimensione personale. Non devono diventare la base sulla quale organizzare istituzioni collettive.

Le strutture religiose cessano quindi di esistere come centri di potere, insieme ai patrimoni, agli apparati educativi, alle autorità normative, alla rappresentanza politica e al potere economico fondati sulla religione.

Lo stesso vale per nazioni, cittadinanze e confini. Il luogo in cui nasci non può decidere dove puoi vivere, dove puoi muoverti o quali diritti puoi esercitare.

La cittadinanza non può continuare a distribuire diritti in modo diverso tra le persone. Nazioni e confini, quando dividono il mondo in appartenenze territoriali obbligatorie, devono essere superati.

La libertà di movimento diventa una condizione comune. Lingue, culture e differenze territoriali possono continuare a esistere senza trasformarsi in appartenenze giuridiche che separano le persone.

Trasformazione e tramonto

Una trasformazione si giudica dalle possibilità che apre, dalle necessità che elimina, dal modo in cui distribuisce il potere e dalle conseguenze che produce sul vivente e nel tempo.

Un danno prevedibile resta un danno anche se avverrà tra molti anni, riguarderà persone che non sono ancora nate o colpirà altre specie. Le conseguenze future delle decisioni presenti appartengono già alla responsabilità di chi le assume oggi.

Con il tempo, le strutture tendono a difendere la propria esistenza. Ma nessuna struttura deve continuare soltanto perché esiste.

Quando una forma ha esaurito la funzione che l’aveva resa necessaria, o quando diventano possibili forme capaci di aprire possibilità maggiori, deve poter finire.

Nessuna forma, presente o futura, acquisisce un diritto alla permanenza.

Se condividi questa ideologia, non puoi limitarti ad abitare il presente come se fosse inevitabile. Devi contribuire a renderlo nuovamente modificabile.

Appendice

Dichiarazione universale dei diritti umani (1948)

Testo italiano della Dichiarazione adottata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 10 dicembre 1948. Fonte della traduzione: United Nations / OHCHR.

DICHIARAZIONE UNIVERSALE DEI DIRITTI UMANI

Preambolo

Considerato che il riconoscimento della dignità inerente a tutti i membri della famiglia umana e dei loro diritti, uguali ed inalienabili, costituisce il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo;

Considerato che il disconoscimento e il disprezzo dei diritti umani hanno portato ad atti di barbarie che offendono la coscienza dell'umanità, e che l'avvento di un mondo in cui gli esseri umani godano della libertà di parola e di credo e della libertà dal timore e dal bisogno è stato proclamato come la più alta aspirazione dell'uomo;

Considerato che è indispensabile che i diritti umani siano protetti da norme giuridiche, se si vuole evitare che l'uomo sia costretto a ricorrere, come ultima istanza, alla ribellione contro la tirannia e l'oppressione;

Considerato che è indispensabile promuovere lo sviluppo di rapporti amichevoli tra le Nazioni;

Considerato che i popoli delle Nazioni Unite hanno riaffermato nello Statuto la loro fede nei diritti umani fondamentali, nella dignità e nel valore della persona umana, nell'uguaglianza dei diritti dell'uomo e della donna, ed hanno deciso di promuovere il progresso sociale e un miglior tenore di vita in una maggiore libertà;

Considerato che gli Stati membri si sono impegnati a perseguire, in cooperazione con le Nazioni Unite, il rispetto e l'osservanza universale dei diritti umani e delle libertà fondamentali;

Considerato che una concezione comune di questi diritti e di questa libertà è della massima importanza per la piena realizzazione di questi impegni;

L'ASSEMBLEA GENERALE proclama la presente dichiarazione universale dei diritti umani come ideale comune da raggiungersi da tutti i popoli e da tutte le Nazioni, al fine che ogni individuo ed ogni organo della società, avendo costantemente presente questa Dichiarazione, si sforzi di promuovere, con l'insegnamento e l'educazione, il rispetto di questi diritti e di queste libertà e di garantirne, mediante misure progressive di carattere nazionale e internazionale, l'universale ed effettivo riconoscimento e rispetto tanto fra i popoli degli stessi Stati membri, quanto fra quelli dei territori sottoposti alla loro giurisdizione.

Articolo 1

Tutti gli esseri umani nascono liberi ed eguali in dignità e diritti. Essi sono dotati di ragione e di coscienza e devono agire gli uni verso gli altri in spirito di fratellanza.

Articolo 2

Ad ogni individuo spettano tutti i diritti e tutte le libertà enunciate nella presente Dichiarazione, senza distinzione alcuna, per ragioni di razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione. Nessuna distinzione sarà inoltre stabilita sulla base dello statuto politico, giuridico o internazionale del paese o del territorio cui una persona appartiene, sia indipendente, o sottoposto ad amministrazione fiduciaria o non autonomo, o soggetto a qualsiasi limitazione di sovranità.

Articolo 3

Ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona.

Articolo 4

Nessun individuo potrà essere tenuto in stato di schiavitù o di servitù; la schiavitù e la tratta degli schiavi saranno proibite sotto qualsiasi forma.

Articolo 5

Nessun individuo potrà essere sottoposto a tortura o a trattamento o a punizione crudeli, inumani o degradanti.

Articolo 6

Ogni individuo ha diritto, in ogni luogo, al riconoscimento della sua personalità giuridica.

Articolo 7

Tutti sono eguali dinanzi alla legge e hanno diritto, senza alcuna discriminazione, ad una eguale tutela da parte della legge. Tutti hanno diritto ad una eguale tutela contro ogni discriminazione che violi la presente Dichiarazione come contro qualsiasi incitamento a tale discriminazione.

Articolo 8

Ogni individuo ha diritto ad un'effettiva possibilità di ricorso a competenti tribunali contro atti che violino i diritti fondamentali a lui riconosciuti dalla costituzione o dalla legge.

Articolo 9

Nessun individuo potrà essere arbitrariamente arrestato, detenuto o esiliato.

Articolo 10

Ogni individuo ha diritto, in posizione di piena uguaglianza, ad una equa e pubblica udienza davanti ad un tribunale indipendente e imparziale, al fine della determinazione dei suoi diritti e dei suoi doveri, nonché della fondatezza di ogni accusa penale che gli venga rivolta.

Articolo 11

1. Ogni individuo accusato di un reato è presunto innocente sino a che la sua colpevolezza non sia stata provata legalmente in un pubblico processo nel quale egli abbia avuto tutte le garanzie necessarie per la sua difesa.

2. Nessun individuo sarà condannato per un comportamento commissivo od omissivo che, al momento in cui sia stato perpetuato, non costituisse reato secondo il diritto interno o secondo il diritto internazionale. Non potrà del pari essere inflitta alcuna pena superiore a quella applicabile al momento in cui il reato sia stato commesso.

Articolo 12

Nessun individuo potrà essere sottoposto ad interferenze arbitrarie nella sua vita privata, nella sua famiglia, nella sua casa, nella sua corrispondenza, né a lesione del suo onore e della sua reputazione. Ogni individuo ha diritto ad essere tutelato dalla legge contro tali interferenze o lesioni.

Articolo 13

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.

2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese.

Articolo 14

1. Ogni individuo ha il diritto di cercare e di godere in altri paesi asilo dalle persecuzioni.

2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.

Articolo 15

1. Ogni individuo ha diritto ad una cittadinanza.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua cittadinanza, né del diritto di mutare cittadinanza.

Articolo 16

1. Uomini e donne in età adatta hanno il diritto di sposarsi e di fondare una famiglia, senza alcuna limitazione di razza, cittadinanza o religione. Essi hanno eguali diritti riguardo al matrimonio, durante il matrimonio e all'atto del suo scioglimento.

2. Il matrimonio potrà essere concluso soltanto con il libero e pieno consenso dei futuri coniugi.

3. La famiglia è il nucleo naturale e fondamentale della società e ha diritto ad essere protetta dalla società e dallo Stato.

Articolo 17

1. Ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri.

2. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà.

Articolo 18

Ogni individuo ha diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione; tale diritto include la libertà di cambiare di religione o di credo, e la libertà di manifestare, isolatamente o in comune, e sia in pubblico che in privato, la propria religione o il proprio credo nell'insegnamento, nelle pratiche, nel culto e nell'osservanza dei riti.

Articolo 19

Ogni individuo ha diritto alla libertà di opinione e di espressione incluso il diritto di non essere molestato per la propria opinione e quello di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee attraverso ogni mezzo e senza riguardo a frontiere.

Articolo 20

1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di riunione e di associazione pacifica.

2. Nessuno può essere costretto a far parte di un'associazione.

Articolo 21

1. Ogni individuo ha diritto di partecipare al governo del proprio paese, sia direttamente, sia attraverso rappresentanti liberamente scelti.

2. Ogni individuo ha diritto di accedere in condizioni di eguaglianza ai pubblici impieghi del proprio paese.

3. La volontà popolare è il fondamento dell'autorità del governo; tale volontà deve essere espressa attraverso periodiche e veritiere elezioni, effettuate a suffragio universale ed eguale, ed a voto segreto, o secondo una procedura equivalente di libera votazione.

Articolo 22

Ogni individuo, in quanto membro della società, ha diritto alla sicurezza sociale, nonché alla realizzazione attraverso lo sforzo nazionale e la cooperazione internazionale ed in rapporto con l'organizzazione e le risorse di ogni Stato, dei diritti economici, sociali e culturali indispensabili alla sua dignità ed al libero sviluppo della sua personalità.

Articolo 23

1. Ogni individuo ha diritto al lavoro, alla libera scelta dell'impiego, a giuste e soddisfacenti condizioni di lavoro ed alla protezione contro la disoccupazione.

2. Ogni individuo, senza discriminazione, ha diritto ad eguale retribuzione per eguale lavoro.

3. Ogni individuo che lavora ha diritto ad una rimunerazione equa e soddisfacente che assicuri a lui stesso e alla sua famiglia una esistenza conforme alla dignità umana ed integrata, se necessario, da altri mezzi di protezione sociale.

4. Ogni individuo ha diritto di fondare dei sindacati e di aderirvi per la difesa dei propri interessi.

Articolo 24

Ogni individuo ha diritto al riposo ed allo svago, comprendendo in ciò una ragionevole limitazione delle ore di lavoro e ferie periodiche retribuite.

Articolo 25

1. Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari; ed ha diritto alla sicurezza in caso di disoccupazione, malattia, invalidità, vedovanza, vecchiaia o in altro caso di perdita di mezzi di sussistenza per circostanze indipendenti dalla sua volontà.

2. La maternità e l'infanzia hanno diritto a speciali cure ed assistenza. Tutti i bambini, nati nel matrimonio o fuori di esso, devono godere della stessa protezione sociale.

Articolo 26

1. Ogni individuo ha diritto all'istruzione. L'istruzione deve essere gratuita almeno per quanto riguarda le classi elementari e fondamentali. L'istruzione elementare deve essere obbligatoria. L'istruzione tecnica e professionale deve essere messa alla portata di tutti e l'istruzione superiore deve essere egualmente accessibile a tutti sulla base del merito.

2. L'istruzione deve essere indirizzata al pieno sviluppo della personalità umana ed al rafforzamento del rispetto dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Essa deve promuovere la comprensione, la tolleranza, l'amicizia fra tutte le Nazioni, i gruppi razziali e religiosi, e deve favorire l'opera delle Nazioni Unite per il mantenimento della pace.

3. I genitori hanno diritto di priorità nella scelta del genere di istruzione da impartire ai loro figli.

Articolo 27

1. Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico ed ai suoi benefici.

2. Ogni individuo ha diritto alla protezione degli interessi morali e materiali derivanti da ogni produzione scientifica, letteraria e artistica di cui egli sia autore.

Articolo 28

Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possano essere pienamente realizzati.

Articolo 29

1. Ogni individuo ha dei doveri verso la comunità, nella quale soltanto è possibile il libero e pieno sviluppo della sua personalità.

2. Nell'esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell'ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica.

3. Questi diritti e queste libertà non possono in nessun caso essere esercitati in contrasto con i fini e principi delle Nazioni Unite.

Articolo 30

Nulla nella presente Dichiarazione può essere interpretato nel senso di implicare un diritto di un qualsiasi Stato, gruppo o persona di esercitare un'attività o di compiere un atto mirante alla distruzione di alcuno dei diritti e delle libertà in essa enunciati.

Fonti e riferimenti

I riferimenti documentano alcuni dei principali contesti storici, filosofici, sociali, economici e scientifici richiamati nel volume. Le tesi e le conclusioni proposte sono autonome e non implicano adesione degli autori o degli enti citati.

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